Marketing

Le imprese italiane e gli ostacoli all’innovazione

Il tessuto imprenditoriale italiano è formato per il 99,8% da piccole imprese, per giunta familiari. Si tratta di imprese che hanno fatto la storia economica e imprenditoriale del Paese per molto tempo ma che, allo stesso tempo, hanno vissuto del mito del “piccolo è bello” (vi consiglio la lettura del libro di Schumacher, un grande classico) tra vari e qualche volta fallimentari tentativi di fare rete attraverso i distretti e le competenze condivise.

In molti casi queste imprese familiari hanno subìto l’insormontabile difficoltà del passaggio generazionale, con l’avversione della generazione precedente al rischio dettato dalla trasformazione tecnologica. Inoltre, i mercati sono sempre più veloci e accelerati e le imprese sono costantemente messe alla prova da cambiamenti della tecnologie e/o delle esigenze di clienti e consumatori, che in molti casi vanno oltre le loro abilità e competenze.

Oggi, così come confermano i dati, le piccole imprese ma anche le medie non investono in innovazione o ricerca e sviluppo e sono scarsamente orientate ai settori high-tech. Tutto questo, cita un recente articolo de Il Sole 24 Ore, “in un quadro globale in cui i guadagni di produttività provengono dall’automazione”.
Per tale motivo, il problema principale che ostacola le aziende italiane nell’innovare, soprattutto se di piccole e medie dimensioni o, in caso di grandi dimensioni, se molto tradizionali (diverso è il caso di startup e PMI innovative) , è la mancanza delle competenze necessarie per affrontare il cambiamento e ridurre la complessità organizzativa e la lentezza di processi e decisioni strategiche/operative. La carenza di competenze implica una naturale mancanza di un piano strategico non più di lungo termine, come si era soliti fare in passato, ma di medio termine che può subire molte modificazioni anche nel breve e che sia più adattivo.

Si assiste oggi a un problema di “gap di competenze” (ne abbiamo già parlato in un precedente articolo, il link qui) in cui le imprese non hanno e/o non riescono a trovare le competenze necessarie per intraprendere processi di trasformazione. Si tratta sia di competenze dinamiche e abilità che hanno l’obiettivo di stimolare l’innovazione a livello corporate, per ridefinire e modificare i modelli di business alla luce dei cambiamenti in atto nel mercato competitivo, che di competenze di business e tecniche per implementare processi di cambiamento. Il professor George Day nel 2011 parlava di tre competenze fondamentali adattive per affrontare il cambiamento dei mercati: la capacità di apprendimento vigile, che si basa su una costante necessità di conoscere il mercato a 360 gradi e che supporta nel migliorare le intuizioni; la capacità di sperimentazione di mercato, che porta alla necessità di sperimentare costantemente adottando un approccio lean e infine la capacità di mettere in pratica un “marketing aperto” fatto di relazioni di tutti gli stakeholder. Sebbene questo contributo abbia ormai 8 anni, la necessità di avere un approccio aperto, vigile e adattivo resta ancora fondamentale per le imprese italiane per superare gli ostacoli dati da un approccio più tradizionale.

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